Uniface ed i Web Services, 3.parte – REST

Nella seconda parte abbiamo affrontato i “Web Services” rispondenti alla specifica SOAP, in questa terza parte affrontiamo quelli rispondenti ai criteri REST.

Un “Web Service” REST è un normale componente web in grado di restituire contenuti in un formato testuale utilizzando http(s) come protcollo di trasporto; questo formato testuale NON è precisato nei criteri REST, può essere HTML o XML o JSON o semplice testo. Nei nostri esempi assumeremo che il formato testuale utilizzato sia JSON, che è il formato più comunemente utilizzato.
JSON è l’acronimo di “JavaScript Object Notation”, ed è un formato adatto per lo scambio dei dati in applicazioni client-server. È basato sul linguaggio JavaScript Standard ECMA-262 3ª edizione dicembre 1999, ma ne è indipendente. Fornisce una alternativa ad XML ed è spesso utilizzato in applicazioni web per la serializzazione e trasmissione di informazioni sulla rete.

In Uniface la fruizione (consumo) di servizi REST passa attraverso l’utilizzo del componente UHTTP; tale componente associa in una singola chiamata una accoppiata request/response via http/https. Le operazioni che rende disponibili permettono di attuare diverse funzionalità:
– SEND: invia una request HTTP utilizzando il metodo specificato, come PUT o POST per file upload e GET per file download.
– SET_FLAGS: setta parametri di esecuzione per la successiva operazione SEND determinando come Uniface gestisce la comunicazione http.
– SET_TIMEOUT: stabilisce l’ammontare di tempo debba essere atteso da una request HTTP prima di considerarla completata.
– WRITE_CONTENT: appende un segmento di dati al buffer UHTTP, che verrà utilizzato dall’operazione SEND. Non può essere utilizzata insieme alle operazioni sui file, come  LOAD_FILE_CONTENTS.
– READ_CONTENT: ottiene informazioni aggiuntive sull’ultima request http. Non può essere utilizzata insieme alle operazioni sui file, come DUMP_FILE_CONTENTS.
– LOAD_FILE_CONTENTS:carica un file, o parte di esso, nel body di una request prima di chiamare l’operazione di SEND per inviare il file.
– DUMP_FILE_CONTENTS:crea un file locale leggendo il body di una response che contiene il file, o un suo spezzone.
– GET_INFO: acquisisce informazioni sul body di un messaggio prima o dopo una operazione SEND. Risulta utili quando il body di una request contiene informazioni relative al file corrente, non essendoci nessun altro modo per conoscere la lunghezza o la zona del file richiesta.
– CLOSE_FILE: chiude il file corrente che è stato utilizzato per l’invio a spezzoni del suo contenuto.

Esempi: (Richiedetemi form di esempio GSX_TEST_UHTTP)
– activate uhttp.send(“https://jsonplaceholder.typicode.com/posts”, “GET”, username, password, headers, content, response)
Restituisce TUTTI i post memorizzati
– activate uhttp.send(“https://jsonplaceholder.typicode.com/posts/1”, “GET”, username, password, headers, content, response)
Restituisce il post memorizzato con ID = 1
– activate uhttp.send(“https://jsonplaceholder.typicode.com/posts?userId=1”, “GET”, username, password, headers, content, response)
Restituisce i post memorizzati dall’utente con ID = 1
– activate uhttp.send(“https://jsonplaceholder.typicode.com/posts/1/comments”, “GET”, username, password, headers, content, response)
Restituisce i commenti associati al post con ID = 1
– activate uhttp.send(“https://jsonplaceholder.typicode.com/posts”, “POST”, username, password, headers, “{%%^title: ‘foo’,%%^body: ‘bar’,%%^userId: 1%%^}”, response)
Aggiunge una occorrenza e restituisce l’ID assegnato
– activate uhttp.send(“https://jsonplaceholder.typicode.com/posts/1”, “PUT”, username, password, headers, “{%%^title: ‘foo’,%%^body: ‘bar’,%%^userId: 1%%^}”, response)
Aggiorna l’occorrenza con ID = 1
– activate uhttp.send(“https://jsonplaceholder.typicode.com/posts/1”, “DELETE”, username, password, headers, content, response)
Cancella l’occorrenza con ID = 1

In Uniface la creazione/gestione di uno stream JSON è estremamente facilitata attraverso istruzioni specifiche:
– JSONtoStruct: definisce una variabile di tipo struct a partire da uno stream JSON
– StructToJSON: costruisce uno stream JSON a partire da una variabile di tipo struct
– webload: carica i dati da uno stream JSON su un componente Uniface
– websave /mod | /one: crea uno stream JSON dai dati in a componente Uniface
– uniface.datastore.put(): salva nel browser un documento (insieme di dati in genere in formato JSON) contraddistinti da un ID
– uniface.datastore.get(): recupera dal browser un documento (insieme di dati in genere in formato JSON) passando l’ID corrispondente
– uniface.datastore.remove(): cancella dal browser un documento (insieme di dati in genere in formato JSON) passando l’ID corrispondente
– uniface.getData()
– uniface.setData()

La creazione un web service al fine di fornire dati secondi i criteri REST è molto semplice e passa attraverso lo sviluppo di una DSP; bastano poche linee di codice per:
– leggere eventuali parametri in ingresso dai canali INPUT o PATHINPUT o dall’header del pacchetto ricevuto
– restituire lo stream JSON nel canale OUTPUT
Esempio di codice da inserire nel trigger di “Execute” della DSP:
public web
variables
string vInput  ; Input parameter from URL
string vOutput ; Output content to be returned
endvariables
; — 1 — get input parameter
getitem/id vInput, $webinfo(“PATHINPUT”), “name”
; — 2 — create output based on input
; you can do anything here
vOutput = “Hello %%vInput%%%, I am the output”
; — 3 — fill the output channel
$webinfo(“output”) = vOutput
; And we are done !
return(0)
end
Questa struttura di base va poi adattata a quanto realmente necessario utilizzando le funzioni creazione di stream JSON elencate in precedenza.

La parte più critica dei Web Services REST rimane la totale assenza di una documentazione standard delle interfacce predisposte, qualcosa assimilabile al WSDL dei servizi SOAP; ci sono iniziative a questo riguardo ma non hanno ancora raggiunto una stabilità e riconoscimenti adeguati. Di conseguenza il criterio con il quale i dati vengono scambiati (parametri, tipi di dato trasferiti, formati degli stessi, …) va documentato adeguatamente rispetto alle esigenze identificate. In alcuni casi si constata l’utilizzo di un metodo HTTP specifico (OPTIONS) che elenchi e documenti le chiamate disponibili.

Nella prossima parte parleremo dei criteri con i quali è possibile definire una API mediante i web services, siano essi SOAP o REST.

Uniface ed i Web Services, 2.parte – SOAP

Nella prima parte abbiamo affrontato una descrizione generale dei “Web Services”, vediamo ora come si implementa in ambiente Uniface sia la generazione (call-in) che la fruizione (call-out) di servizi applicativi di questo tipo, partendo dalla modalità SOAP.

E’ necessario avere a disposizione il driver SOAP, attualmente in versione 2.0; è disponibile anche un driver versione U1.0 che ancora oggi si affianca e NON è sostituito dal nuovo driver. Questo perché il driver SOAP U1.0 è costruito sulla base delle specifiche SOAP 1.0 e supporta solamente il binding style “RPC/Encoded”, utilizzando il Microsoft SOAP Toolkit reso disponibile solo in ambiente Microsoft dal 2000; il più aggiornato driver SOAP U2.0 supporta i “binding styles” definiti nel WS-I Basic Profile 1.1 ed è disponibile su diverse piattaforme.

Il driver SOAP svolge le seguenti funzioni:
– Riconosce/Genera i file di tipo WSDL (Web Services Description Language)
– Esegue la conversione tra i tipi di dato caratteristici dei WebServices e quelli comunemente disponibili in ambiente Uniface
– Integra funzioni di callback per permettere al programmatore di complementare la struttura tecnologica al fine di poter rispondere a caratteristiche funzionali specifiche.
– Si integra con il resto dell’architettura Uniface per ricevere o inviare richieste di Web Services via http
– Mappa le condizioni di errore tipiche di SOAP sulle condizioni di errore standard di Uniface

Per prima cosa va varificata la disponibilità del driver SOAP nella licenza e va configurato l’utilizzo del driver SOAP nei nostri file di configurazione (ASN) con una definizione simile alla seguente:
[DRIVER_SETTINGS]
SOP    U2.0
USYS$SOP_PARAMS callback = SOAP_GEN_CALLBCK

Vediamo quale debba essere il flusso operativo per fruire (call-out) di un Web Services reso disponibile via Internet:
1) Importare il WSDL che descrive le funzioni messe a disposizione dal web service utilizzando l’ambiente di sviluppo con la sua opzione “/sti /mwr=ws”. Esempi:
[Path]idf /sti /mwr=ws http://www.serverWSDL.org/percorso/nomeServizio?wsdl
[Path]idf /sti /mwr=ws .\wsdl\nomeServizio.wsdl
A seguito di questo import Uniface genera una signature avente come nome quello descritto nel tag <wsdl:service name>. Un WSDL può comprendere sia dati semplici che dati complessi (occorrenze, entità secondo la terminologia Uniface); per fare in modo che il driver SOAP tenti di riconoscere e mappare automaticamente le strutture complesse utilizzate dal WSDL su un Application Model è necessario utilizzare le opzioni /gen e /mod nel corso dell’importazione del WSDL. In caso di non utilizzo degli switch suddetti le strutture complesse verranno mappate su semplici tipi stringa lasciando al programmatore il compito di costruire le stringhe XML necessarie.
La funzionalità di import mette a disposizione anche altre opzioni (/nosig /verbose /bare) che permettono di verificare il comportamento del driver nel corso dell’importazione al fine di ottenere il risultato desiderato.
2) Una volta importata la signature è sufficiente richiamare il Web Service rispettando la nomenclatura che è stata importata dal wsdl mediante una semplice istruzione di:
activate “nomeServizio”.operation(params)
tenendo in considerazione alcune avvertenze basilari:
– Se è previsto un tipo di dato complesso (occorrenza / entità) la relativa entità va definita nel componente che esegue il richiamo.
– Se la stessa entità è utilizzata sia come parametro di input che di output è bene utilizzare dei sottotipi per evitare il sovrapporsi delle informazioni sulla stessa struttura
– Se è previsto un tipo di dato complesso trattato come stringa è necessario creare da programma una opportuna stringa XML che sia allineata allo schema definito nel WSDL
– Se per accedere al web service sono necessarie funzionalità di sicurezza e/o authenticazione è necessario configurare opportunamente USYS$SOP_PARAMS e/o inserire delle funzionalità di callback in ambito CALLOUT per ottenere quanto necessario.

Quando invece si volesse rendere disponibile (call-in) un servizio costruito con Uniface come Web Service si deve:
1) Esportare su WSDL l’interfaccia del servizio  utilizzando l’ambiente di sviluppo con la sua opzione “/sto /mwr=ws”. Esempio:
[Path]idf /sto /mwr=ws nomeServizio
Viene generato un file avente nome nomeServiziodlw.wsdl; nel caso in cui nelle operations del servizio siano presenti parametri complessi di tipo occorrenza o entità viene generato anche un file di tipo .xsd contenente la definizione delle entità coinvolte.
2) Pubblicare il servizio applicatvo in ambiente Uniface Server. Si tratta di pubblicare sia i wsdl/xsd appena generati che il componente Uniface e la sua signature in ambiente Uniface Server. Nell’ambiente Tomcat standard la directory in cui wsdl/xsd vanno pubblicati è la directory wsdl sottostante la directory di lavoro del contesto Tomcat, normalmente denominata WEB-INF. Il wsdl può essere recuperato, insieme all’eventuale xsd, all’indirizzo:
http://serverName[:portNum]/<contestoDiProgetto>/services/nomeServizio?wsdl
mentre il servizio Uniface può essere raggiunto all’indirizzo
http://serverName[:portNum]/<contestoDiProgetto>/services/nomeServizio
Nel contesto dell’utilizzo di un WebService sviluppato con Uniface da parte di un client esterno agisce ovviamente l’intera struttura dei server Uniface. I seguenti eventi vengono gestiti:
– Il client esterno costruisce il richiamo ad un web service e lo invia al web server, che per semplicità, assumiamo essere Tomcat.
– Il web server ridirige la richiesta alla servlet configurata, nella configurazione di default quella denominata SRD.
– La servlet SRD estrae la richiesta e attiva attraverso la rete il dovuto servizio Uniface. In particolare:
– Il connettore SOAP in un contesto di call-in identifica la richiesta come SOAP e la spacchetta.
– Il connettore SOAP sempre nel contesto di call-in mappa i tipi di dato SOAP ai tipi di dato Uniface.
– Il connettore SOAP sempre nel contesto di call-in attiva l’operazione del servizio Uniface ricevuta nella richiesta SOAP insieme ai parametri ricevuti.
– Il servizio Uniface gestisce l’operazione richiesta.
Se la comunicazione ha caratteristica asincrona non ci sono ulteriori attività.
In una comunicazione sincrona, una risposta deve essere restituita, nella seguente modalità:
– Il servizio Uniface restituisce i parametri in OUTPUT:
– Il connettore SOAP sempre nel contesto di call-in mappa i tipi di dato Uniface ai tipi di dato SOAP e costruisce la risposta SOAP contenente i dati da restituire.
– Il contenuto della risposta SOAP viene restituito attraverso la rete alla servlet SRD.
– La servlet SRD riceve la risposta, estrae il contenuto della risposta SOAP, lo imbusta e lo restituisce al web server.
– Il web server lo restituisce al client esterno.

Termina qui la breve descrizione del supporto web services in modalità SOAP da parte di Uniface; maggiori informazioni sulla configurazione del driver SOAP e sull’utilizzo sia in call-in che in call-out della modalità SOAP possono essere recuperate nella Uniface Library aggiornata e sui siti internet di riferimento.

Nella prossima parte di questa serie di articoli ci concentreremo sui servizi di tipo REST.

Uniface e i Web Services, 1. parte – Generalità

Il W3C definisce un “web service” come “un modulo software disegnato per supportare l’interoperabilità e l’interazione tra macchine collegate in rete”.
I Web Services sono univocamente il fulcro delle possibili integrazioni tra ambienti applicativi eterogenei per piattaforma, sistema, linguaggio ma le tecnologie utilizzate si differenziano; negli anni aziende diverse, leader di mercato, hanno  sfortunatamente avuto idee diverse su quale potesse essere la soluzione ideale per garantire interoperabilità ed interazione in rete. Questo fatto ha generato sostanzialmente due tipi diversi di Web Services:
1 – basati sulla specifica SOAP
2 – in linea con i criteri REST
La specifica SOAP è di poco più anziana dei criteri REST (SOAP 1.0 del 1998, mentre 2000 Tesi di laurea di Roy Fielding per REST) ma mentre SOAP è stato adottato da subito su larga scala, REST ha ricevuto una notevole spinta solo negli ultimi anni, in base al suo ampio utilizzo dovuto alla semplicità dei criteri che lo caratterizzano, in linea con le tecnologie comunemente in uso. Va chiarito che REST NON è una specifica formale ma una serie di criteri oggetto di raccomandazione a supporto di una architettura software per la gestione di dati in ambiente ipertestuale.

Un minimo di approfondimento su entrambi i tipi di Web Services:
SOAP = acronimo per Simple Object Access Protocol: può operare su differenti protocolli di rete, ma HTTP è il più comunemente utilizzato per il trasporto, anzi è l’unico ad essere stato standardizzato dal W3C. La busta SOAP si basa su XML e la sua struttura segue la classica configurazione Head-Body, analoga ad HTML. Il segmento opzionale Header contiene meta-informazioni come quelle che riguardano il routing, la sicurezza, le transazioni e parametri per l’Orchestration. Il segmento obbligatorio Body trasporta il contenuto informativo che talora viene detto carico utile (payload). Questo deve seguire uno schema definito dal linguaggio “XML Schema”. SOAP può essere utilizzato in due modi diversi:
– il client controlla in un Service Registry l’oggetto d’interesse e sviluppa il messaggio secondo i parametri contenuti nel Service Registry.
– il client conosce a priori i parametri e non necessita di consultare il service registry. All’interno del body del messaggio si inseriscono i dati scritti nel formato concordato.

REST = acronimo per REpresentational State Transfer: Web services di tipo REST permettono di richiedere ad un sistema l’accesso a determinate risorse ricevendo in cambio una rappresentazione testuale delle medesime attraverso l’uso di un predefinito ed uniforme insieme di operazioni “stateless”. Le risorse sono identificate attraverso un URI (Uniform Resource Identifier) mentre le operazioni che si utilizzano sono quelle tipiche del protocollo HTTP (HTTP verbs): GET, POST, PUT, DELETE, OPTIONS. La rappresentazione testuale della risorsa ricevuta in risposta può essere strutturata in modi diversi, ad esempio: XML, HTML, JSON o addirittura semplice testo; JSON è il formato che più ha preso piede nel corso del tempo. Un sistema che voglia essere pienamente compatibile con una architettura REST dovrebbe comprendere ed implementare in modo rispettoso le seguenti caratteristiche:
– modello client-server: separazione netta delle competenze, client = interfaccia, server = accesso funzionale alle informazioni.
– dialogo di tipo stateless: ciascuna richiesta da un qualunque client contiene tutte le informazioni necessarie e lo stato della sessione è totalmente gestito lato client. Lo stato della sessione può essere trasferito al server e, se necessario, mantenuto persistente per il tempo necessario a gestire la transizione allo stato successivo.
– risposte cacheable: ogni tipo di dialogo web deve essere definito “cacheable” o “non cacheable”; i servizi REST dovrebbero sempre essere gestibili in cache dai nodi sui quali transitano.
– sistema a livelli: ogni client non deve riconoscere se è collegato al server vero e proprio o ad un suo intermediario; gli intermediari diversi possono essere implementati al fine di poterli  specializzare su funzioni diverse (sicurezza, gestione dei carichi e conseguente scalabilità, ecc)
– “code on demand”: alcuni server possono, anche su base temporanea, estendere, anche in modo specifico, le funzionalità di un client attraverso il trasferimento di codice eseguibile.
– interfaccia uniforme: è fondamentale nella definizione di qualsiasi insieme di servizi REST; dovrebbero SEMPRE essere soddisfatte le seguenti linee guida:
. Identificazione delle risorse: specifiche risorse sono identificate nella richiesta, per esempio utilizzando direttamente URI di riferimento. L’identificazione delle risorse da richiedere è concettualmente separata dalla loro rappresentazione restituita al richiedente. Ad esempio: il server può inviare informazioni dal suo database come HTML, XML o JSON, la cui struttura nulla ha a che vedere con quella interna del server.
.. Manipulazione delle risorse mediante la loro rappresentazione: quando un client riceve la reppresentazione di una risorsa, inclusi eventuali metadati, ottiene sufficienti informazioni per modificare o cancellare la risorsa.
… Messaggi auto-descrittivi: ciascun messaggio include sufficienti informazioni per permetterne la completa gestione del suo contenuto. Ad esempio: quale parser va invocato per riconoscere il contenuto potrebbe essere specificato con un “Internet media type” (conosciuto anche come MIME type).
…. Hypermedia come motore degli stati applicativi (HATEOAS): avendo avuto accesso una applicazione REST inizialmente a un URI, il client REST dovrebbe essere in grado di avere sufficenti informazioni, per essere in grado di utilizzare i (hyper)link ricevuti per accedere a tutte le ulteriori possibili azioni o risorse necessarie. Mano a mano che il dialogo tra server e client prosegue il server restituisce ulteriori (hyper)links che abilitano il client all’esplorazione dell’ecosistema applicativo disponibile sul server.

Entrambi i protocolli si basano su trasporto mediante HTTP ed entrambi sono correntemente supportati da Uniface:
– SOAP con il driver SOP: inizialmente in versione 1.0, ora in versione 2.0.
– REST sin da Uniface7 con la costruzione di componenti Web che restituiscono un contenuto coerente con i criteri elencati.
Nella seconda parte vedremo dei semplici esempi di come si implementano o come si fruisce di “web services” con Uniface con entrambi i protocolli.

Utilizzare al meglio la tastiera italiana del PC Windows

Questo articolo ha direttamente poco a che fare con l’ambiente Uniface, ma la conoscenza è stata indotta da una esigenza relativa ad una applicazione Uniface.

Come utilizzare al meglio la tastiera italiana del PC Windows?

Per prima cosa esistono fondamentalmente due tipi di tastiere: quelle con e quelle senza tastierino numerico. Quelle senza tastierino numerico permettono di attivarlo logicamente mediante il tasto “Block Num” o “Bl Num”; una volta attivo alcuni tasti della tastiera emulano il tastierino numerico. Questo fatto è importante perché le sequenze di tasti da premere per ottenere certi caratteri prevedono l’uso fondamentale del tastierino numerico.

Si possono generare direttamente dalla tastiera italiana senza tastierino numerico, tipica di molti notebook, i seguenti caratteri:

!”#$%&'()*+,-./0123456789:;<=>?@

ABCDEFGHIJKLMNOPQRSTUVWXYZ

[\]^_

abcdefghijklmnopqrstuvwxyz

{|}àèéìòùç°§€£

Per completare il set di caratteri più comunemente utilizzati nella lingua italiana si possono utilizzare le seguenti sequenze utilizzando il tasto Alt alla sinistra della barra spaziatrice ed i numeri sul tastierino numerico:

Alt 0096 =   `   singolo apice inverso
Alt 0126 =   ~   tilde
Alt 0160 =   á   a minuscola con accento acuto
Alt 0205 =    í   i minuscola con accento acuto
Alt 0243 =   ó   o minuscola con accento acuto
Alt 0250 =   ú   u minuscola con accento acuto
Alt 0192 =   À   A maiuscola con accento grave
Alt 0193 =   Á   A maiuscola con accento acuto
Alt 0200 =   È   E maiuscola con accento grave
Alt 0201 =   É   E maiuscola con accento acuto
Alt 0204 =   Ì    I maiuscola con accento grave
Alt 0205 =   Í    I maiuscola con accento acuto
Alt 0210 =   Ò   O maiuscola con accento grave
Alt 0211 =   Ó   O maiuscola con accento acuto
Alt 0217 =   Ù   U maiuscola con accento grave
Alt 0218 =   Ú   U maiuscola con accento acuto

Possono tornare utili anche:
Alt 0169 =   ©   Simbolo di copyright
Alt 0174 =   ®   Simbolo di diritti riservati
Alt 0188 =   ¼   Un quarto
Alt 0189 =   ½   Un mezzo
Alt 0190 =   ¾   Tre quarti

Si diventa “pianisti”…e si completa la conoscenza del PC con cui si lavora!

Lavorando in ambito internazionale potrebbero essere necessari ulteriori caratteri, come quelli con la dieresi (umlaut in tedesco) con l’accento circonflesso (tipici in francese) o i caratteri greci molto usati in matematica; chi avesse esigenze di questo genere esistono su Internet documentazioni più appropriate e complete di questo breve articolo.

Tornando alle applicazioni, non tutti questi caratteri debbono necessariamente essere accettati su un campo di tipo stringa; in Uniface è possibile applicare direttamente su ogni campo stringa un filtro limitando i caratteri che vengono accettati:
– Solo i caratteri ASCII (sono escluse TUTTE le lettere accentate minuscole e maiuscole)
– Solo i caratteri ASCII estesi (sono compresi tutti caratteri sopra riportati tranne il simbolo dell’Euro)
– L’intero insieme di caratteri disponibili (TUTTI quelli riportati sopra e molti altri…)
E’ ovviamente possibile costruire routine specializzate a supporto di casistiche più complesse.
Per avere un adeguato supporto a livello di database si devono definire i campi stringa di tipo Unicode (packing codes W).

Ho costruito una semplice form di esempio sulla base di quanto descritto: chi volesse riceverla mi invii una email.

Buona digitazione!

Migliorare le applicazioni Uniface esistenti

Negli ultimi due mesi sono stato spesso coinvolto in attività di consulenza mirate a migliorare applicazioni Uniface esistenti.
Ci sono a tutt’oggi in produzione, sia a livello internazionale che in Italia, applicazioni Uniface 5, Uniface 6, Uniface 7, Uniface 8 e, ovviamente, Uniface 9.
L’ambiente di sviluppo si è ampiamente evoluto nei suoi 30+ anni di presenza sul mercato ed ancora oggi continua ad evolvere piuttosto rapidamente: la nuova versione Uniface 10 ne è l’immediata controprova.
Le nuove funzionalità, rese disponibili nel corso degli anni, vanno integrate nelle modalità di sviluppo originarie facendo attenzione a mantenere l’integrità funzionale dell’applicazione originale.

Nella prima fase di queste attività si esplorano gli “Standard & Guidelines” adottati nello sviluppo dell’applicazione, che nella terminologia corrente vengono denominati “Framework di sviluppo”.
Analizzando il modo con cui l’applicazione è stata sviluppata si possono tracciare le linee di potenziale miglioramento, che ricadono in 6 possibili passi:

  1. Da “Stacked forms” char a “Stacked forms” GUI
    2. Da “Stacked forms” GUI a “NonModal forms” GUI
    3. Su “NonModal forms” GUI inclusione di una API applicativa
    4. Da “NonModal forms” GUI a “Web 2.0 pages”
    5. Da “Web 2.0 pages” a “Mobile pages”
    6. Da “Mobile pages” a “Fully partitionable application”

Lo sforzo necessario per ammodernare un applicazione è ovviamente funzione del punto di partenza e del punto di arrivo selezionato. Conviene definire tre obbiettivi: uno a breve, uno a medio ed uno a lungo termine; in questo modo risulta in genere possibile miscelare la quotidiana attività di manutenzione evolutiva dell’applicazione con gli obbiettivi di miglioramento aziendali rilasciando progressivamente le novità sviluppate sul proprio mercato di riferimento.

Chi volesse approfondire l’argomento mi contatti: gianni.sandiglianoATunifacesolutions.com

Uniface 10 Enterprise Edition, disponibile!

Il mese di settembre 2016 verrà ricordato come quello in cui è stato rilasciato Uniface 10 Enterprise Edition.

EccoVi la schermata iniziale con cui si presenta il nuovo ambiente di sviluppo:
schermatainizialeu10-2

Sono talmente tante le novità che risulta impossibile elencarle sinteticamente!

Chi vuole avere ulteriori informazioni mi contatti: gianni.sandiglianoATunifacesolutions.com

Installazione di Uniface – Problemi con Uniface Tomcat?

Installando Uniface in ambiente Windows vengono configurati alcuni servizi all’interno del sistema operativo in modo che l’ambiente Uniface si avvi automaticamente all’avvio del sistema stesso.

Fino alla versione U9.6 i servizi Windows configurati sono stati 3:
– Uniface URouter
– Uniface Tomcat
– Uniface SolidDB
A partire dalla versione U9.7 si riducono a 2 essendo SolidDB stato sostituito da SqlLite come DBMS di default di ogni installazione.

Durante il processo di installazione vengono richiesti i vari parametri che contribuiscono all’installazione dei vari servizi. Eventuali problemi di installazione di URouter o di SolidDB, ad esempio una sovrapposizione della porta TCP in ascolto con altri software o con altre versioni di Uniface, possono essere facilmente individuati e debuggati analizzando i relativi log files.

Un poco più complessa è la configurazione di Tomcat, costituita dalle varie variabili di ambiente necessarie a questo software che svolge funzione di “application server”. Può capitare che l’installazione di Tomcat si sovrapponga ad altri software installati utilizzanti anch’essi questo “application server” piuttosto diffuso.
Come si fa a verificarla ed eventualmente modificarla dopo l’installazione?

Per prima cosa bisogna procurarsi la stringa di comando per l’avvio del servizio Uniface Tomcat definita all’atto dell’installazione di Uniface. Per fare questo è sufficiente dalla Microsoft Management Console dedicata ai servizi del sistema operativo accedere alle proprietà del servizio incriminato. Vi troverete dinnanzi ad un formato simile a questo:

<DISK:><PATH>tomcat8.exe //RS//<YourServiceID>

Copiate l’intera riga di comando e incollatela in una finestra di “prompt dei comandi”, modificandola in questo modo:

<DISK:><PATH>tomcat8W.exe //ES//<YourServiceID>

Le modifiche apportate sono 2:
– Aggiunta del carattere W al termine del nome dell’eseguibile prima del punto separatore dell’extension, per puntare ad un altro eseguibile disponibile nell’installazione di Tomcat.
– Nel primo parametro modifica di //RS// (che significa Run Service) con //ES// (che significa Edit Service)

Eseguite il vostro comando e vi troverete in una finestra che vi permetterà di modificare i parametri del vostro servizio Uniface Tomcat.

Per chi fosse interessato ad un approfondimento sul tema, consiglio la lettura della pagina: https://tomcat.apache.org/tomcat-8.0-doc/windows-service-howto.html

Buona lettura!

Da “Standard & Guidelines” a “Framework”

L’argomento che si dibatte più frequentemente in questi ultimi anni durante le attività su Uniface è quello che definisce il titolo di questo articolo: stabilire i metodi / criteri di sviluppo per riscrivere od estendere le proprie applicazioni al mondo Web/Mobile.

Più che un articolo che fornisce una soluzione ideale vuole essere l’inizio di una riflessione su quale sia il metodo scelto, ed eventualmente applicato, per:
– migrare una applicazione client/server esistente a 3 livelli
– sviluppare estensioni a 3 livelli per una applicazione client/server esistente

Nell’ambito della classica architettura applicativa a 3 livelli DATI -> SERVIZI -> (API) -> PRESENTAZIONE risulta in particolare sempre un poco ostica la decisione di quale/i componente/i di programmazione della presentazione lato browser (MV*) includere nel proprio framework per via della molteplicità di proposte e di scelte offerte dal mercato. Potete dare un’occhiata al sito http://todomvc.com per comprendere cosa si intenda per “molteplicità”.

Le proposte disponibili sul mercato vanno sostanzialmente suddivise in due gruppi:
– Framework server-side
– Framework client-side
e la decisione sulla strada da seguire per perseguire gli obbiettivi che l’applicazione si propone di affrontare e risolvere non sempre risulta immediata. In molti casi un ragionevole equilibrio tra le funzionalità svolte dal server e quelle attuate dal client è necessario ma non sempre è immediata la linea di demarcazione tra i due fronti in quanto molto (se non tutto!) dipende dalle funzionalità che si devono sviluppare. L’ideale sarebbe sviluppare applicazioni utilizzando un framework che sia in grado di lavorare su entrambi i fronti (Vedere http://isomorphic.net).

La difficoltà legata alla molteplicità di scelte tecnologiche disponibili va in genere a braccetto con l’esigenza di mantenere il miglior grado di indipendenza dai browser disponibili sulle varie piattaforme, utilizzate dagli utenti; alcune di queste accoppiate browser/piattaforma fanno parte del mondo mobile, per cui si portano appresso esigenze specifiche a livello di presentazione e richiedono di conseguenza un approccio, perlomeno in parte, dedicato. Quando questo approccio dedicato diventa prioritario nel panorama complessivo si parla di “Mobile First Framework”.

Le scelte che ho riscontrato essere maggiormente utilizzate ad oggi sono:
– Bootstrap + jQuery
– AngularJS
– ReactJS
– Custom / Personalizzato (della serie “uso quello che mi serve quando mi serve!”)

Ringrazio anticipatamente chi volesse aggiungere un contributo o una riflessione.

Sviluppo applicazioni Web – Mobile

Con il rilascio della versione 9.7.02 si è aperta la possibilità di sviluppare e rilasciare applicazioni mobile con Uniface.

Lo sviluppo con Uniface di applicazioni mobile presuppone conoscenza nello sviluppo di applicazioni Web con integrazione delle tecnologie che stanno alla base del web 2.0 (HTML5 / CSS3 / Javascript) nel contesto delle DSP (Dynamic Server Pages), la cosiddetta “programmazione lato browser”.

Al fine di permettere agli sviluppatori Uniface Desktop (Client/server) di approcciare lo sviluppo web/mobile DA ZERO gli ULab hanno rilasciato sul canale YouTube dedicato a Uniface una serie di filmati che sono raccolti in un articolo introduttivo disponibile su uniface.info alla pagina:

http://unifaceinfo.com/html5-javascript-css3-training-videos-uniface-developers-uniface-info/

I brevi filmati chiariscono alcuni punti fermi dello sviluppo Web/Mobile, dando un compito specifico ad ognuna delle tecnologie di base coinvolte nella programmazione lato browser:

  1. HTML5: gives a meaning to data.
  2. CSS3: styles elements presented on screen, paper, or other media.
  3. Javascript: a scripting language to enable interactive sites.

Nell’ambito dei filmati viene fatto riferimento ad un paio di siti di supporto:
1) http://caniuse.com che costituisce uno dei principali riferimenti per conoscere il livello di supporto, e di conseguenza la portabilità, di una specifica funzionalità della programmazione lato browser.
2) http://css3generator.com che permette un approccio semplificato a quelle direttive CSS3 che dovessero essere differenziate e/o moltiplicate nella loro sintassi per ottenere una effettiva portabilità attraverso i vari browser e le loro versioni.

Un’ultima avvertenza, consiglio la visione dei filmati in quest’ordine:
1) HTML5
2) CSS3
3) Javascript

Buona visione!

Uniface applications in modalità “readonly”

Negli ultimi anni è diventata sempre più pressante l’esigenza di proteggere i sistemi informativi aziendali, che permettono il regolare svolgersi della quotidianità, dalle invasioni indesiderate di agenti esterni come virus o da azioni inconsulte da parte di maldestri utenti.

Affiancando questa esigenza a quella di un regolare e progressivo aggiornamento dell’ambiente Uniface Runtime, abbiamo deciso di sviluppare un semplice script shell che si occupasse in modo completo dell’avviamento di un (sotto)sistema sviluppato con Uniface in un ambiente di produzione.

Questo script shell, particolarmente utile da quando il numero di utenti supera le 50 unità, permette di:
– Avere un unico e standardizzato criterio di avviamento a cui far puntare le icone di avvio di TUTTI gli utenti;
– Standardizzare e configurare in maniera nettamente separata l’area programmi e l’area dati di un (sotto)sistema;
– Riconoscere le varie directory di riferimento e di lavoro dell’applicazione con delle semplici chiamate;
– Mettere in linea un aggiornamento dello Uniface Runtime in modo progressivo prima agli utenti pilota e poi a tutto il resto dell’utenza configurando semplicemente un paio di files;

Chi volesse avere maggiori informazioni su questo criterio organizzativo per il rilascio in produzione di applicazioni Uniface mi contatti.

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